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1 Dicembar 2019

I GHIACCIAI DEL FRIULI E LA LORO RISCOPERTA

VIAGGIO NELLE MERAVIGLIE DEL FRIULI di Giuseppe Muscio e Luca Simonetto

Anche se di dimensioni ridotte, i ghiacciai del Friuli (Monte Canin e Jôf di Montasio) hanno sempre destato un certo interesse perché, oltre a essere i più orientali dell’intero Arco Alpino, si trovano a quote piuttosto basse: la cresta rocciosa che li protegge, infatti, raggiunge raramente i 2500 metri di altitudine e il loro limite inferiore si trova poco oltre i 2000 metri. Quest’anomalia può essere spiegata solo ammettendo un abbassamento del limite altimetrico delle nevi perenni nel settore orientale delle Alpi Meridionali.
Il fenomeno è conosciuto già dalla fine del XIX secolo grazie agli studi di Eduard Richter (1888) e di Olinto Marinelli (1896, 1898).
In base a numerose evidenze, questi autori stabilirono che, a causa della frequente copertura nuvolosa e delle maggiori precipitazioni nelle zone più esterne della Catena, i limiti altimetrici dei fenomeni fisici e biologici sono in generale più elevati nelle regioni centrali delle Alpi, che in quelle periferiche.
In Friuli, la morfologia delle valli particolarmente strette e profonde accentua questa tendenza permettendo quindi la presenza di ghiacciai a quote relativamente basse.
Storia di una (ri)scoperta
Con la pubblicazione della Grande Carta del Lombardo-Veneto, alla scala 1:86.000, rilevata fra il 1826 e il 1833, vengono per la prima volta illustrati alcuni ghiacciai sulle falde settentrionali del Monte Canin, ma solo nel 1874, durante un’ascensione nel gruppo del Canin, le guide resiane che accompagnano Giovanni Marinelli, gli descrivono vaste aree occupate da ghiaccio cristallino verde sul versante settentrionale del gruppo, verso Nevea. Un ufficiale degli alpini, però riferisce a Marinelli che, durante un’escursione compiuta in zona con dei soldati, non aveva visto altro che grandi distese di neve: secondo lui non vi è traccia di ghiacciai. Pochi anni dopo lo stesso Marinelli, salito sulla cima del Canin, riesce ad osservare dall’alto i ghiacciai. È questa la loro scoperta “ufficiale” ma, ovviamente, alcuni abitanti dell’area, cacciatori, allevatori locali, sapevano da sempre della loro esistenza.
La prima descrizione si deve però a una spedizione formata da Giovanni Marinelli, Attilio Pecile e Giacomo Savorgnan di Brazzà che, nel 1880, si spinge in Val Raccolana con l’intento di effettuare alcune misure altimetriche. Dopo avere osservato i ghiacciai dall’Altopiano del Montasio, finalmente il 14 agosto sono alla fronte dove prendono altre misure. Non riescono a risalire la coltre di ghiaccio essendo sprovvisti di ramponi; ma nessuno ormai può, a questo punto, mettere in dubbio l’esistenza di ghiacciai nelle Alpi Giulie. Per tanti anni sono rimasti nascosti dalle imponenti cime che li circondano, ma ora vengono osservati da vicino e misurati.
Giacomo Savorgnan di Brazzà ritorna in Val Raccolana pochi giorni dopo la prima escursione accompagnato dalla guida alpina Antonio Siega. Muniti di ramponi, i due raggiungono la vetta del Canin dopo aver risalito il ghiacciaio, riuscendo nell’impresa già tentata con poca fortuna dall’austriaco Findenegg. In quell’occasione, piantano alcuni paletti e dipingono segnali sulle rocce circostanti al ghiacciaio per avere dei riferimenti. L’intenzione è quella di stabilire se anche i piccoli ghiacciai del Canin stavano lentamente sciogliendosi. Da pochi anni, infatti, sono cominciati gli studi sui grandi ghiacciai alpini e i primi risultati mostrano, già allora, una generale tendenza regressiva.
Di Brazzà torna più volte alle falde del Monte Canin pubblicando poi i risultati dei rilievi sul Bollettino della Società Geografica Italiana nel 1883, dove segnala tre ghiacciai e una piccola vedretta situata più a oriente, sul Monte Prestrelencic. Il più grande dei tre è quello situato più a ovest, il Ghiacciaio Occidentale, racchiuso in una conca fra il Picco di Carnizza, il Monte Canin e il Monte Ursic. Una cresta rocciosa che dall’Ursic si protende verso nord lo separa dal Ghiacciaio Orientale, un po’ più piccolo. Questi due ghiacciai sono uniti alla base sotto lo sperone roccioso formando un’unica fronte. Un’altra cresta rocciosa che dal Monte Ursic si estende verso est e separa i primi due dal terzo, il minore dei ghiacciai del Canin, chiamato Ghiacciaio dell’Ursic. Quest’ultimo, un tempo, doveva essere in comunicazione con l’Orientale attraverso la Forca di Ursic.
Dalle misure di Savorgnan di Brazzà risulta una fronte del ghiacciaio lunga complessivamente tre chilometri e, nel punto di massima estensione, larga circa 700 metri. Grazie ai segnali posti nel 1880 egli misura per la prima volta l’arretramento della fronte glaciale iniziando così una serie di osservazioni che, quasi senza soluzione di continuità, sono proseguite fino ai giorni nostri. Già nel primo anno viene rilevato un arretramento del ghiacciaio Occidentale di circa 10 metri con un abbassamento dello spessore di ghiaccio di un metro e mezzo. Olinto Marinelli riprende le ricerche sul ghiacciaio nel 1893 e le prosegue fino al 1909. Giovan Battista De Gasperi in seguito continua le indagini dal 1910 al 1912. La prima Guerra Mondiale blocca qualsiasi ricerca in zona fino al 1920, quando Ardito Desio riprende le osservazioni e segnala per primo la presenza di un ghiacciaio alle falde dello Jôf di Montasio, iniziando così anche in quell’area le ricerche che portano all’identificazione di tre piccoli ghiacciai (Occidentale, Orientale e Minore), dei quali, attualmente, rimane soltanto l’Occidentale.
L’estensione dei ghiacciai
Dell’estensione dei ghiacciai delle Alpi Giulie non si hanno così notizie certe prima del 1881. Marinelli raccolse alcune testimonianze di anziani valligiani i quali sostenevano che verso la metà del 1800 i ghiacciai scendevano molto più in basso. Un anziano pastore narra come, all’inizio del XIX secolo, i ghiacci arrivassero fino alla località Foran dal Mus, diverse centinaia di metri oltre il limite allora rilevato. Tutte queste testimonianze, purtroppo, hanno solamente un valore indicativo mancando dati certi; a testimoniare la situazione pregressa rimane però la morena frontale, abbandonata dal ghiacciaio dopo l’ultimo avanzamento. Già all’epoca delle prime osservazioni di Giacomo Savorgnan di Brazzà e di Giovanni Marinelli il ghiacciaio dista dalla morena alcune decine di metri, un centinaio di metri dove la morfologia del substrato aveva favorito lo sciogliersi del ghiaccio. Savorgnan di Brazzà scrive che la morena in quest’area era composta esclusivamente da frammenti spigolosi di roccia biancastra, raggiungeva in media un’altezza di sei metri ed era completamente priva di terriccio vegetale, licheni o piante erbacee. Si trattava quindi di una struttura che doveva essersi formata in tempi relativamente recenti. Gli agenti atmosferici e la colonizzazione vegetale hanno, in seguito, modificato notevolmente l’aspetto di quella morena.
In questo lungo intervallo di tempo in cui è stato effettuato un monitoraggio quasi continuo delle condizioni dei nostri ghiacciai, si nota una forte tendenza regressiva in accordo con l’andamento generale dei ghiacciai a livello mondiale. Se si fa eccezione per due brevi periodi durante i quali si è verificata una debole inversione di tendenza, tra il 1908 e il 1920 e fra la fine degli anni ’40 e il 1961, i ghiacciai del Monte Canin e dello Jôf di Montasio si sono ridotti in maniera considerevole raggiungendo le dimensioni minime degli ultimi 5000 anni.
I due ghiacciai superstiti del Canin (l’Orientale e l’Occidentale) sono ormai ridotti a piccoli lembi e anche del ghiacciaio Occidentale del Montasio ormai non resta che una piccola placca riparata alla base di un canalone.
Sotto le pendici settentrionali del Monte Canin, sopra i residui dei due ghiacciai, si nota un cambiamento nel colore delle rocce che corrisponde al volume massimo raggiunto dal ghiaccio prima che iniziasse l’attuale fase di ritiro. Più a valle una morena segna la massima espansione di quelle calotte alla fine dell’ultima fase di espansione che corrisponde con il culmine della cosiddetta Piccola Età Glaciale (fra 1300 e 1850, con il massimo fra XVI e XVIII secolo).
Per quanto conosciamo adesso del riscaldamento globale in atto, il destino di questi lembi glaciali è segnato.