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17 Jugn 2019

Intervista all'Arch. Alfonso Firmani

TRATTI CHE LASCIANO IL SEGNO di Andrea Biban

Alfonso Firmani architetto, artista, insegnante vive e lavora a Udine. La sua ricerca in campo artistico sperimenta le contaminazioni tra diversi linguaggi, attraverso oggetti, immagini, pitture. Un viaggio intellettuale all’interno dei vari temi che consentono di crescere culturalmente e permettono di entrare dentro il mistero delle cose, non per spiegarle, ma per porsi le giuste domande.
Oggi lo intervistiamo presso il suo Studio di Vicolo Sottomonte nel cuore culturale e artistico di Udine.
Ci parli di lei, della sua formazione e della professione di architetto
La mia formazione è avvenuta a Venezia presso l’Istituto Universitario di architettura I.U.A.V. nella seconda metà degli anni ’70. Epoca d’oro per quella facoltà e per noi che abbiamo avuto la fortuna di frequentarla. In quel periodo insegnavano tutti i più grandi architetti italiani, i più grandi critici architettonici (Manfredo Tafuri, Franco Rella, Aldo Rossi, Massimo Scolari, Gino Valle, Vittorio Gregotti). L’Università mi ha dato un imprinting mentale basato su tutta una serie di concetti, di rigore intellettuale che sento ancora molto importanti e vivi oggi. Insegnamenti che in tutti questi anni ho cercato di tramandare a miei ragazzi che frequentano il Liceo artistico Sello di Udine, dove attualmente insegno ‘progettazione architettonica’.
L’importanza dell’arte per Alfonso Firmani
Ho sempre avuto una grande passione per l’arte contemporanea coltivandola in maniera un po’ segreta per un lungo periodo, poi negli anni ’90, si è manifestata come un’esigenza, quasi uno stato di necessità intellettuale e così, assieme a tanti altri artisti udinesi, abbiamo fondato un gruppo che si chiamava MAGAZZINO e che ha avuto un certo successo in città. Negli ultimi anni la cosa si è espansa molto anche grazie a una serie di relazioni con artisti che considero tra i migliori del territorio (Maria Elisabetta Novello, Carlo Vidoni, Francesco Comello, Anna Pontel, Massimo Poldelmengo, Paolo Ferrari, Paolo Furlanis, Ba Abat) e insieme abbiamo creato il gruppo “CasAltrove” proponendo operazioni di elevato livello di progettualità.
Le mie composizioni nascono da un principio che considero fondante: l’opera deve essere aperta, come ha scritto Umberto Eco nel famoso libro “L’opera aperta”. I miei lavori rispondono a dei temi che mi pongo o che mi vengono posti dai vari contesti e mi propongo di lavorare attorno al contenuto per trovare la forma migliore per epifanizzarlo, per rivelarlo. Mi piace molto utilizzare scritte, frasi che non sono dei racconti, sono semplicemente delle grafiche che inducono a immaginare una storia. Cerco di portare dentro le composizioni chi ne fruisce, dando loro una direzione di senso, ma non risolvendo tutta la comunicazione. Ad esempio nell’opera Au Revoir, che ha un titolo evocativo e che può significare un arrivederci oppure un addio, ho scelto di inserire una bombetta che rimanda a diversi significati nel mondo dell’arte e inoltre è un simbolo tipicamente maschile. Ciò è messo in relazione con il lenzuolo di pizzo che rappresenta il femminile e sopra di questo è posizionata la valigia. Questa evoca una partenza sofferta, come suggerito dai chiodi che la rendono poco prensile (che fanno pensare a Man Ray). Per me un quadro è una sorta di scenografia teatrale, dentro la quale cerco di inserire elementi che in qualche maniera possano dialogare, seguendo quello che Jannis Kounellis sosteneva: l’opera d’arte deve avere una sua drammaturgia.
Il piacere di insegnare
Capita di chiedersi cosa stiamo facendo per gli altri nella nostra vita. Poi casualmente incroci una persona che non riconosci perché sono passati troppi anni da quando è stata tua allieva. Ti racconta di riflessi rilevanti, che tu non immaginavi di avere attivato, e derivanti magari da una sola lezione. Allora capisci che in realtà questo mestiere dell’insegnante è molto importante e ti fa sentire quanto puoi essere utile per la formazione di un ragazzo.
I ragazzi di oggi sono purtroppo assediati dalla imbecillità in molti modi. La scuola deve poter far fronte a questo aspetto deteriore, la scuola deve diventare un luogo di resistenza rispetto a questo dilagare dell’impermanenza delle cose, della superficialità, della irresponsabilità che la società chiede ai ragazzi. Io voglio molto bene a questi giovani, forse voglio ancora più bene a quest’ultima generazione perché è la più indifesa sotto questo aspetto. Il mondo di oggi non dà il dovuto peso alla cultura, la cultura sembra quasi nemica della società, come se la cultura fosse una cosa pericolosa, e forse lo è per il potere. I ragazzi hanno delle potenzialità straordinarie che noi non avevamo e i ragazzi più brillanti, soprattutto quelli più curiosi hanno la possibilità e la capacità di far brillare la loro intelligenza attraverso l’uso di questi nuovi sistemi digitali, informatici, queste nuove forme di comunicazione, questo accesso a tutto. Io quando preparavo la tesi se mi serviva un certo libro ed era a Firenze, lo dovevo andare a leggere a Firenze…
Il male oscuro di questa generazione è questa induzione alla apatia, questo lasciarsi andare, all’ozio alle volte e quindi vanno scossi. Purtroppo loro sentono anche un senso di impotenza nei confronti dell’immaginario relativo al loro futuro e questa è una colpa molto grave della nostra generazione.
È una nostra responsabilità quella di non  mettere i nostri ragazzi nelle condizioni di guardare al futuro come una cosa da conquistare con sacrificio e determinazione. Sembra che la maggior parte di quei ragazzi siano già arresi, si accontentino di questa situazione e, più nello specifico, nelle attività didattiche questa abitudine al computer li ha indotti a immaginare e illudersi che le cose siano già fatte e basti semplicemente assemblarle, privandoli del piacere della costruzione e di tutto il processo creativo. Tendono semplicemente ad assemblare delle immagini.
Una cosa che cerco di insegnare loro è la differenza tra immagine e forma. I miei ragazzi conoscono a memoria questo aforisma di Victor Hugo che dice “La forma è il fondo portato in superficie”. Dal momento che la nostra è una scuola di progettazione cerco di definire il mestiere del progettista nell’individuazione delle forme, ma non la forma istintiva, bensì quella che è capace di raccogliere e portare in superficie il contenuto. L’immagine è una cosa che semplicemente cerca di sedurti, ma molte volte è vuota di senso, non ha un rapporto con il contenuto, è un qualcosa di luccicante che ti seduce e dura quel che dura. Questa è una differenza che considero molto importante nel rapporto didattico con gli allievi, loro devono riappropriarsi in qualche maniera dei contenuti e saperli esprimere.
Come è nato il progetto artistico di Vicolo Sottomonte?
Lavoro in questo Studio dal 2013, vivo intensamente questo vicolo così denso di storia e così importante per la città. È da ricordare che è stata la prima via della città che ha avuto l’illuminazione elettrica grazie ad Arturo Malignani. Questo vicolo è un luogo abbastanza segreto, qui vedi passare delle persone che non vogliono farsi vedere in Via Mercatovecchio, innamorati vengono a baciarsi, ubriaconi si “esprimono” in contrasto con i profumi della pasticceria presente, poesie affisse sui muri che qualche poeta di nascosto incolla, ma poi succede una cosa stranissima, c’è qualcuno che le straccia. Un luogo di chiaroscuro molto intenso. Qui è nata l’idea di un progetto: raccontare tutti questi elementi dialoganti e cercare storie relative a questo luogo. Il progetto è stato seguito realizzato e promosso con il gruppo di CasAltrove. Abbiamo raccolto testimonianze e storie di cittadini udinesi, indetto un concorso fotografico chiamando fotografi professionisti per interpretare fotograficamente il vicolo. In seguito alla mostra il vicolo è stato trasformato in una galleria d’arte all’aperto, con tutta una serie di installazioni artistiche, la più importante che è rimasta è quella di due neon che propongono due parole, “SEGRETO” e “VISIBILE”, posizionati nelle due porte percettive del vicolo. L’idea base della mostra era quello di rivelare e di rigenerare questo luogo riportandolo alla attenzione dei cittadini illuminandolo con una conoscenza in più. L’ opera dei due neon è stata donata al museo d’arte contemporanea di casa Cavazzini.

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